L’indennità per il patto di non concorrenza è dovuta anche per i contratti di agenzia stipulati antecedentemente al 1 giugno 2001 e cessati successivamente.

04 giugno 2020

La giurisprudenza di merito è tornata recentemente ad occuparsi dell’annosa questione inerente l’applicabilità ai contratti di agenzia stipulati in epoca anteriore al 1 giugno 2001 della disciplina del novellato articolo 1751bis c.c. come pure dell’inderogabile onerosità del patto di non concorrenza.

Sorprendentemente, a favore degli agenti di commercio, si segnala una recente sentenza della sezione lavoro del Tribunale di Brescia che con un’articolata motivazione ha ritenuto di discostarsi dall’orientamento espresso dalla Corte di Cassazione in diverse pronunce a partire dal 2015 in avanti, ovvero che la suddetta novellata norma del codice civile non potesse avere un’applicazione retroattiva onde evitare effetti iniqui con alterazione dell’originario programma contrattuale determinato dall’autonomia privata delle parti (patto di non concorrenza non oneroso e corrispettività di un tale vincolo data dal contesto dell’intero rapporto es. parte provvigionale fissa elevata ecc…) nonché mancanza in detta norma di un’espressa previsione di nullità per le pattuizioni in cui è previsto il vincolo di non concorrenza senza la corresponsione di alcuna indennità in favore dell’agente, e, quindi, derogabilità contrattuale dell’onerosità del patto di non concorrenza.

In particolare il Giudice di merito sulla base sia della ratio della norma (tenendo come riferimento la Direttiva della Comunità Europea 86/653 cui il legislatore italiano ha inteso dare tardiva applicazione) sia del tenore letterale della stessa ritiene di non condividere il predetto orientamento della Suprema Corte di Cassazione.

Quanto alla ratio della norma, la stessa mira a tutelare il contraente debole, ovvero l’agente di commercio (che aveva accettato il gravoso vincolo nel vigore di una disciplina che non gli consentiva di pretendere alcuna indennità), e acquista efficacia dal 1 giugno 2001, senza alcuna esclusione dei contratti in corso (peraltro non consentita dalla predetta Direttiva, come, invece opinato dalla giurisprudenza di legittimità) e senza la necessità che vi fosse un’espressa sanzione di nullità per le clausole contrattuali contrarie, esistendo nel nostro ordinamento la disposizione dell’artt. 1339 c.c. che prevede l’inserzione automatica di clausole imposte dalla legge anche in sostituzione di quelle difformi previste dalle parti.

Con riferimento, invece, al tenore letterale assume rilevanza decisiva l’utilizzo da parte del legislatore del verbo “comporta” (in occasione della cessazione del rapporto la corresponsione all’agente che ha accettato il patto di un’indennità di natura non provvigionale) che non lascerebbe spazio a diverse interpretazioni circa l’onerosità del patto di non concorrenza una volta accettato dall’agente.

In conclusione, in questa situazione diventa interessante conoscere l’esito di un’eventuale vaglio della giurisprudenza di legittimità delle suddette articolate motivazioni (non facilmente superabili), con l’auspicio che possano provocare un revirement dell’ultima giurisprudenza della Suprema Corte in tema (quella sopra citata), particolarmente penalizzante per la parte contrattualmente debole, ovvero l’agente che ha subito e, diversamente, continuerebbe a subire pesanti limitazioni alla propria libertà contrattuale successivamente alla cessazione di un rapporto di agenzia con patto di non concorrenza post-contrattuale in assenza di un giusto corrispettivo.

Stefano Novello

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