Lavoro subordinato

Tribunale di Milano, Sez. lavoro n. 2090/2012                                                    

Rapporto di lavoro subordinato. Concetto di subordinazione. Onere della prova per la domanda di riconoscimento di mansioni superiori.

Nel caso in cui l’attore richieda il riconoscimento della sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato, deve fornire la prova di quanto richiesto.

La subordinazione deve essere intesa come disponibilità del lavoratore nei confronti del datore di lavoro e con assoggettamento al potere direttivo di quest’ultimo con riguardo alla modalità di esecuzione dell’attività lavorativa, al potere organizzativo ed al potere disciplinare; altri elementi come l’osservanza di un orario di lavoro, l’assenza del rischio economico, la forma di retribuzione, possono, invece, avere meramente valore indicativo (ex plurimis Cass. 06.04.2000, n. 4308; 22.11.1999, n. 12926; 11.02.2004, n. 2622).

Inoltre, riguardo al riconoscimento di mansioni superiori, la Cassazione, con sentenza n. 8025/2003, ha affermato che l’onere di deduzione dei mezzi di prova grava sulla parte ricorrente: “il lavoratore che agisca in giudizio per ottenere l’inquadramento in una qualifica superiore ha l’onere di allegare e di provare gli elementi posti a base della domanda e , in particolare, è tenuto ad indicare esplicitamente quali siano i profili caratterizzanti le mansioni che egli deduce di avere concretamente svolto”. Inoltre, un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale ha stabilito che “nel procedimento logico-giuridico diretto alla determinazione dell’inquadramento di un lavoratore subordinato non si può prescindere da tre fasi successive, e cioè, dall’accertamento in fatto delle attività lavorative in concreto svolte, dall’individuazione delle qualifiche e gradi previsti dal contratto collettivo di categoria e dal raffronto tra il risultato della prima indagine ed i testi della normativa contrattuale individuati nella seconda”.

(Con il patrocinio degli avv.ti Antonio Trotti e Giovanna Di Mattei)

  

Tribunale di Milano, Sezione Lavoro n. 2310/2010                                                                          

Rapporto di lavoro in genere. Dimissioni del lavoratore. Dovere di rispettare l’obbligo di fedeltà ex art. 2105 c.c. durante il periodo di preavviso. Conseguente recesso per giusta causa del lavoratore durante il periodo di preavviso dovuto alla presenza di quest’obbligo. Insussistenza della giusta causa. Condanna del lavoratore alla corresponsione dell’indennità sostitutiva del preavviso.

La presenza di un accordo tra lavoratore e datore di lavoro, che obbliga il lavoratore, in seguito alle sue dimissioni, a rispettare l’obbligo di fedeltà ex art. 2105 c.c. durante il periodo di preavviso, nonostante sia stato esonerato dal prestare attività lavorativa, non costituisce giusta causa di dimissioni del lavoratore. Posto che il preavviso ha natura obbligatoria, la Società ben poteva concordare l’esonero del lavoratore dalla prestazione lavorativa, pur nella permanenza di tutti gli altri obblighi in capo ad entrambe le parti. Quindi, nel caso in cui il lavoratore receda senza giusta causa durante il periodo di preavviso, la Società è legittimata a operare le trattenute relative all’indennità sostitutiva del preavviso.  

 

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